A completamento dell’articolo “Sciocchezzaio su Antigone di Eva Cantarella e Umberto Galimberti” dell’8/11/2017, pubblichiamo la seconda parte con le osservazioni alle considerazioni di U. Galimberti

Riguardo al mito di Antigone molto discutibile appare anche l’interpretazione che ne dà Umberto Galimberti nell’articolo “la Legge della Famiglia e la legge di tutti”, supplemento 2 febbraio 2013 al giornale La Repubblica, forse fuorviato dai versi 661-662 della tragedia “Antigone” di Sofocle che dicono: “Chi è corretto nei rapporti famigliari, sarà giusto anche verso la città”. Secondo Galimberti Sofocle “presenta Creonte come tiranno malvagio e Antigone come eroina.” Galimberti prosegue dicendo che “Hegel… non concorda con Sofocle, perché a suo parere i diritti del sangue e della parentela, non possono aver la meglio sulle leggi della città. La requisitoria di Galimberti prosegue così: “volendo riportare ai giorni nostri e in particolare alla situazione italiana il tema dell’Antigone, non vinceremo mai la mafia se la legge della parentela e del sangue hanno la meglio sulla legge della città, non arriveremo mai a migliorare la città se la legge familistica della raccomandazione, delle conoscenze, dello scambio di favori privilegia figli e parenti ai meritevoli. E non vale neppure invocare le leggi non scritte e immutabili degli dei, come fa Antigone, perché non può esserci interferenza religiosa nella formulazione e nell’ossequio alle leggi della città…Sofocle, mettendo in scena il conflitto tra la legge del sangue, della parentela, degli dei e la legge della città, offre nel V secolo un grande tema su cui riflettere. La prima obiezione a simili ragionamenti è questa: non si può in alcun modo strappare dal contesto storico in cui è stata scritta la tragedia da Sofocle e scaraventarla arbitrariamente in un contesto moderno. Seconda obiezione: come detto prima, riguardo alle opinioni espresse da Eva Cantarella esiste da sempre il diritto consuetudinario o “Ius cogens”, ossia l’insieme di norme che, per essere poste a tutela di beni o valori ritenuti fondamentali dalla comunità internazionale nel suo insieme, sono riconosciute come imperative, o inderogabili e preordinate e di rango superiore rispetto alle

leggi degli stati: tra queste norme, sia nel mondo classico greco-romano, come già detto, sia, aggiungo ora, nella tradizione giudaico-cristiana il diritto alla sepoltura era sacro e inviolabile. A questo sacro principio obbedisce Antigone che non può essere in alcun modo accusata di un anacronistico “familismo amorale” (non siamo nella Basilicata di Banfield, 1958). Il dovere di disobbedire a leggi ingiuste contrarie al diritto consuetudinario, preordinato a qualunque legge umana, ha ispirato il comportamento di Antigone che seppellisce il fratello Polinice, violando il divieto imposto per legge da Creonte. Riassumendo quanto detto in precedenza, sia Eva Cantarella che Umberto Galimberti accusano Antigone di voler “dare sepoltura al fratello contro i valori della Polis” (Eva Cantarella) o addirittura (Umberto Galimberti) di “interferenza religiosa” avendo privilegiato “la legge del sangue, della parentela, degli dei” rispetto all’osservanza della “legge della città” Ma la convinzione che sia Eva Cantarella che Umberto Galimberti diano una interpretazione errata del comportamento di Antigone emerge come un dono dagli stupendi versi 449-457 della tragedia di Sofocle: in essi appare evidente come Antigone, lungi dall’essere pervasa da una mistica religiosa del tutto estranea al politeismo greco del V secolo A.C. ( la “interferenza religiosa”di Galimberti), abbia ben chiaro il concetto di “Ius cogens”. Leggiamo attentamente la risposta di Antigone al tiranno liberticida (Antigone versi 449-457; per chi non conosce l’alfabeto greco utilizzo quello latino, comune a molte lingue moderne): “Kreonte: kài déta (e nondimeno) etòlmas (osavi) toùs d’uperbàinen nòmous (queste violare norme)? Antigone: ou gàr tì moi (non infatti mica a me) Zéus (Giove) én (era) o (colui che) keruxas (intimava) tàde (quegli ordini),/oud’e (né la) xùnoikos (coabitante) tòn kàto (con i disotto) theòn (dei) Dìke (Giustizia)/ toioùsde en anthropòisin (siffatte negli uomini) òrisen nòmous (fissò norme);/ oude sthènein (né fossero forti) tosoùton (in tale misura) oòmen (credevo) tà sa/ kerùgmata (i tuoi ordini), òst’àgrapta kasphalé (kài asphalé) (al punto da, non scritte e immutabili) theòn (degli dei) / nòmima (leggi) dùnasthai (potere) thnetòn ònth’uperdraméin (tu, essendo mortale, violare);/ou gàr ti (non infatti per niente) nùn ge kachtés (kài achtés) (ora certo e da ieri), all’aéi pote (ma da sempre)/ zé (esistono) tàuta (queste) (sottinteso:leggi), koudéis (kai oudéis) (e nessuno) òiden (sa) ex òtou (perché) ephàne (comparvero). Ossia: “Creonte: E nondimeno osavi trasgredire queste leggi. Antigone: Infatti non era mica Zeus che mi intimava quegli ordini, né la Giustizia, che abita con gli dei sotterra, fissò siffatte leggi fra gli uomini; né io credevo che i tuoi ordini fossero forti a tal punto, da potere tu, che sei mortale, violare le leggi non scritte e immutabili degli dei; poiché esse non da oggi, certo, e da ieri, ma da sempre esistono e nessuno sa perché comparvero.” La nobile figura di Antigone e la sua sacrosanta violazione della legge disumana imposta da Creonte vengono illustrate dai versi eloquenti che Sofocle mette in bocca a Emone figlio di Creonte e innamorato di Antigone di cui, in un estremo atto di amore, seguirà la tragica sorte: Antigone versi 692-700: “Emòi d’akoùein (a me udire invece) ésth’upò skòtou (è possibile nell’ombra) tàde (tali discorsi),/ tén pàida tàuten (questa fanciulla) òi’odùretai pòlis (cioè compiange la città),/ pasòn gunaikòn (di tutte donne) os anaxiotàte (come la più immeritevole sottinteso: di soffrire)/ kakista (in pessimo stato, nella più miserevole condizione) ap’érgon eukleestàton (per azioni gloriosissime) phthìnei (perisce, muore);/ étis (lei che) tòn autés autàdelphon (il di lei proprio fratello) en phonàis (nelle stragi)/ peptòta (caduto) àthapton (insepolto) meth’up’omestòn kunòn (né da crudivori cani)/ èiase olésthai (permise venisse distrutto,divorato) mèth’up’oionòn (né da degli uccelli rapaci) tinòs (alcuno);/ouk (non) éde ( sottinteso:sarebbe invece) chrusés (un aureo)

axìa (degno) timés (onore) làchein (di ricevere)? Toiàde (siffatta) eremné (oscura) sìg’éperchetai (sommessamente si diffonde) phatis (diceria). Ossia: “A me invece è possibile udire siffatti discorsi nell’ombra, come ad esempio che la città compiange questa fanciulla e che essa, la più immeritevole di soffrire di tutte le donne, muore miseramente per gloriosissime azioni, lei che non permise che il fratello, caduto nelle stragi, insepolto, venisse divorato da cani mangiatori di carne cruda e da uccelli rapaci. Non sarebbe essa invece degna di ricevere un aureo onore? Siffatta oscura diceria si diffonde sommessamente.” Come si vede la pietosa sepoltura di un cadavere era doverosa nella Grecia classica proprio per evitare lo strazio del corpo umano da parte di cani e uccelli rapaci. La remotissima tradizione del pietoso seppellimento dei cadaveri già evidentissima negli ominidi (Homo neanderthalensis, Homo sapiens) continua nel mondo classico greco-romano e si perpetua nella tradizione giudaico-cristiana (la Bibbia, Vangelo di Matteo 25, 31-46). La Chiesa Cattolica aggiunge alle sei opere di misericordia corporali illustrate nel suddetto passo del Vangelo di Matteo anche il seppellimento dei cadaveri come settima opera di misericordia corporale immortalata nel polittico del Maestro di Alkmaar (The Netherlands) datato 1504. Anche in questo caso, nel criticare le considerazioni di Umberto Galimberti, cito con maggiori dettagli, la risposta di Don Milani ai cappellani militari toscani che hanno sottoscritto il comunicato dell’11-2-1965 e la lettera di Don Milani ai giudici che lo processano datata 18 ottobre 1965 riunite nel libro “L’obbedienza non è più una virtù” della Libera Editrice Fiorentina (1965) in cui viene affermato l’obbligo di disobbedire agli ordini ingiusti e di non rispettare le leggi che violino i diritti fondamentali dell’essere umano, assumendosi la responsabilità di una simile scelta e accettandone le conseguenze. Una citazione finale in merito al dovere eterno di seppellire i morti la riservo al film “Biruma no Tategoto” (“L’Arpa Birmana” in Italia) capolavoro del regista Kon Ichikawa (1956) così illustrato da Fernaldo Di Giammatteo nel Dizionario del cinema: “A guerra conclusa (luglio 1945), un gruppo di soldati giapponesi ancora prigionieri in Birmania incontra nella foresta uno strano bonzo, con un’arpa e un pappagallo sulle spalle. È un loro compagno considerato disperso, Mizushima, ancora sconvolto, chiuso in un mutismo impenetrabile. Il suo comandante, anche dopo la capitolazione del Giappone rifiutò di arrendersi e condusse i propri uomini al macello. Mizushima fu l’unico sopravvissuto. Ferito, dopo aver vagato a lungo, fu raccolto e curato da un bonzo pietoso. Guarito, col proposito di raggiungere i suoi, s’imbatté nel cumulo di cadaveri ammassati nella pianura. Ora il suo compito è quello di seppellire quei morti, dedicando la propria vita di monaco ad onorare i caduti (anche quelli nemici). Mentre i compagni ritornano in Giappone, Mizushima, sordo ai loro richiami, resta in Birmania a continuare la sua missione.” Invia loro questa lettera: «Ho superato i monti, guadato i fiumi, come la guerra li aveva superati e guadati in un urlo insano. Ho visto l’erba bruciata, i campi riarsi… perché tanta distruzione caduta sul mondo? E la luce mi illuminò i pensieri. Nessun pensiero umano può dare una risposta a un interrogativo inumano. Io non potevo che portare un poco di pietà laddove non era esistita che crudeltà. Quanti dovrebbero avere questa pietà! Allora non importerebbero la guerra, la sofferenza, la distruzione, la paura, se solo potessero da queste nascere alcune lacrime di carità umana. Vorrei continuare in questa mia missione, continuare nel tempo fino alla fine.» (Wikipedia). Per concludere, come si vede, Antigone è in buona compagnia visto che in un recente capolavoro cinematografico il seppellimento di un morto è tuttora considerato come un sacro dovere e non come una pratica di familismo amorale.

Mariano Puxeddu

MAESTRO DI ALKMAAR

PANNELLO CON LE SETTE OPERE DI MISERICORDIA

1504- olio su tavola

Chiesa di San Lorenzo, Alkmaar

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